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    January 31

    Silenzi casalesi di M. Travaglio

     

    A proposito di silenzi omertosi, anzi mafiosi: l’altroieri la Camera ha bocciato la mozione dell’opposizione Pd-Idv-Udc che chiedeva gentilmente al governo di “invitare alle dimissioni il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino”, Pdl, accusato da sei pentiti del clan dei Casalesi (come ha rivelato una lunga inchiesta dell’Espresso) e indagato per camorra dalla Dda di Napoli, in quanto “lede gravemente non solo il prestigio del governo, ma anche la dignità del Paese”. La mozione era firmata dai capigruppo del Pd Antonello Soro, dell’Idv Massimo Donadi e dell’Udc Michele Vietti, oltreché dagli on. Sereni, Bressa, Ciriello e Garavini. Quest’ultima, una maestra elementare eletta con gl’italiani all’estero e dunque ignara di cose di mafia, ha illustrato la mozione in aula. Purtroppo però le astensioni e le assenze nelle file del Pd han superato quelle del Pdl e salvato l’ottimo Cosentino.

    Mozione respinta con 236 no (Pdl più Lega), 138 sì e 33 astensioni. Decisivi dunque i 26 astenuti Pd (fra i quali Cuperlo, Madia e i radicali), i 47 Pd usciti dall’aula perlopiù solo per quella votazione e poi subito rientrati (compresi Enrico Letta, il ministro molto ombra della Giustizia Lanfranco Tenaglia e perfino Marina Sereni, firmataria della mozione stessa), i 22 Pd assenti ingiustificati (compresi D’Alema, Gentiloni e Veltroni, che sull’Espresso aveva chiesto le dimissioni di Cosentino) e i 2 Pd addirittura contrari (fra cui il tesoriere Ds Ugo Sposetti). Erano troppo impegnati a salvare le istituzioni repubblicane minacciate da un paio di migliaia di persone in piazza Farnese.
    January 25

    Il memoriale Di Pietro alla Procura di Napoli


    di Peter Gomez e Marco Travaglio
    da l'Espresso in edicola


    Nessuna talpa. Nessuna fuga di notizie. Nessuna soffiata. Dietro la  decisione dell’allora ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, di trasferire a Roma nell’estate del 2007 il provveditore alle Opere pubbliche Campania-Molise, Mario Mautone, oggi agli arresti domiciliari per la Tangentopoli napoletana, c'è solo il lavoro di 15 militari della Guardia di Finanza. Una squadra diretta da uno degli uomini simbolo della Mani Pulite milanese: il capitano Salvatore Scaletta, celebre segugio di corrotti e corruttori, scelto da Di Pietro come capo dell’Alta sorveglianza grandi opere del ministero. È questa la rivelazione più importante contenuta in un memoriale di 17 pagine che il 15 gennaio il leader dell’Italia dei Valori ha consegnato durante la deposizione davanti ai pm di Napoli, insieme a un plico di documenti. Carte che, secondo Di Pietro, attestano la correttezza della sua attività. E sciolgono il mistero del figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso, che dall’agosto 2007 smise di parlare al telefono con Mautone. Non perché avvertito delle intercettazioni, ma semplicemente perché da allora il suo referente istituzionale non era più Mautone, ma il suo sostituto.

    Mani pulite al ministero
    Il memoriale racconta le decine di indagini di Scaletta & C: da quelle, in tendem con le Procure antimafia di Reggio Calabria e Caltanissetta, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei cantieri della Salerno-Reggio (società Condotte) e sui fondi neri in odor di mafia della Calcestruzzi, all’istruttoria sul Tav Milano-Torino (gruppo Gavio) trasmessa alla Corte dei conti. Ma soprattutto illustra i motivi che indussero Di Pietro a trasferire Mautone e a “punire” altri dirigenti finiti nel mirino di Scaletta: i provveditori alle opere pubbliche di Lombardia-Liguria, Lazio-Abruzzo-Sardegna e Piemonte-Val d´Aosta (fatti rientrare a Roma), il presidente Anas Vincenzo Pozzi (cacciato con tutto il Cda e denunciato alla Corte dei conti e alla Procura di Roma), tre direttori generali (non riconfermati) e un plotone di commissari straordinari (licenziati perché inutili e costosi: percepivano 800 mila euro l’anno). Di Pietro smentisce di aver mai chiesto a Bassolino, come scritto da alcuni giornali, di nominare Mautone assessore regionale. Sottolinea che non risulta una sola sua telefonata col dirigente. E svela di averlo non solo trasferito, ma persino denunciato due volte, alla Procura di Isernia e all’ispettorato del ministero, per storie di appalti.

    "Perché cacciai Mautone"
    «Su Mautone», scrive Di Pietro, «venni in possesso di informazioni che, sebbene generiche e non riscontrabili, ponevano in dubbio la correttezza del suo operato. Valutai la sua lunga permanenza a Napoli (ha fatto in quella sede tutta la carriera, fin da dirigente di 2ª fascia). E lo trasferii alla sede centrale, affidandogli una Direzione generale, funzione pari a quella già ricoperta, come impone la legge». La decisione arriva nel luglio 2007, quando «l´Alta sorveglianza mi informò di un esposto vago e generico che poneva gravemente in dubbio l´operato dell´ing. Mautone. Incaricai il responsabile del Servizio di acquisire ulteriori informazioni. Questi mi riferì che, pur non avendo potuto riscontrare le accuse, Mautone era "chiacchierato"». A fine anno, altro esposto: «Mautone, docente universitario a Napoli, avrebbe organizzato un sistema illegale presso l´ateneo. Inviai la missiva al capo di gabinetto,al direttore del Personale e al responsabile Alta sorveglianza». Intanto, fin dai primi del 2007, «diversi esposti segnalavano situazioni di illegalità diffusa nel settore appalti al Sud, specie in Campania (cartelli d´imprese in grado di truccare gare d´appalto; lavori per il nuovo ospedale del mare di Napoli, 500 alloggi di edilizia residenziale agevolata per la polizia di competenza del provveditorato di Napoli... presunti illeciti nella ricostruzione post-terremoto in provincia di Isernia, etc.). Inviai un copioso dossier al procuratore di Isernia, offrendo collaborazione alle indagini». Nel marzo 2008 si sospetta che «il bando di gara per la progettazione del nuovo comando della Guardia di Finanza di Catanzaro, indetto dalla direzione generale Edilizia statale (retta da Mautone) non sarebbe stato pubblicato sul sito Internet del ministero: istituii una Commissione ispettiva», che alla fine dissipò i sospetti. Ma, prima che finisca l´ispezione, arriva il governo Berlusconi. E il ministro Altero Matteoli manda via  Scaletta.

    Un ministro inavvicinabile
    Durante la deposizione alla procura di Napoli, Di Pietro scopre di aver aiutato le indagini a fare il salto di qualità, senza saperlo. A fine luglio 2007, quando ormai il trasferimento è ufficiale, i telefoni di Mautone, amici e parenti (fino ad allora abbottonatissimi) impazziscono. E i Mautone Boys iniziano a parlare apertamente degli appalti e favori che rischiano di saltare con la dipartita del loro santo patrono. Parte la ricerca frenetica di qualcuno che vada dal ministro e lo convinca a ripensarci. Ricerca vana: nessuno osa affrontare Di Pietro, e al telefono si ascoltano frasi del tipo: «Quello è capace di chiamare i carabinieri e farti arrestare...». L'ultima telefonata fra Mautone e Cristiano, il 31 luglio 2007, è emblematica. Il primo informa di essere stato trasferito, il secondo cade dalle nuvole: «Non ne sapevo nulla, mio padre non mi ha detto niente». Da allora, nessun´altra conversazione fra i due. Sfuma pure l´idea della signora Mautone di salvare il marito "ricattando" Di Pietro jr.: anche perché, dice lo stesso dirigente agli amici, «Cristiano non sa niente, non conta niente». Infatti il figlio del ministro prende a parlare delle stesse opere in Molise con Alessio Venuta, che ha sostituito Mautone al Provveditorato. Dunque, secondo Di Pietro, anche Cristiano aveva con Mautone un rapporto "istituzionale". E nemmeno lui sapeva dell´indagine. Ricorda Cristiano: «A Natale mandai un sms di auguri a Mautone. Non l´avrei fatto se avessi saputo che era indagato».

    Indagini in proprio
    Di Pietro ha chiesto al figlio e ai dirigenti campani dell´Idv di spiegare in «memorie esplicative» le loro telefonate con Mautone, di documentare parola per parola e di segnalare gli eventuali carichi pendenti e le inchieste a carico. Su quella base il partito deciderà la loro sorte, ma tutti dovranno presentarsi in Procura a chiarire. La memoria di Cristiano è già nelle mani del padre: vi si parla delle raccomandazioni fatte a Mautone perché desse lavoro a giovani professionisti molisani, ma anche delle telefonate che gli inquirenti ritengono "ambigue" in materia di appalti, ragion per cui l´hanno iscritto nel registro degl´indagati. Il 18 aprile 2007 Di Pietro jr. segnala a Mautone, annotano gli investigatori, «quella cosa del geologo di mandargli le notizie via fax»: cioè il curriculum di un giovane geologo di Larino, che poi non ebbe incarichi. L’8 giugno chiede di «far avere qualcosa su Bologna» a un giovane ingegnere molisano, anche lui poi rimasto a bocca asciutta (diversamente dalla moglie). Per il resto, sostiene Cristiano, solo «segnalazioni istituzionali», per la sicurezza in un cantiere e per far lavorare elettricisti della zona nella caserma di Termoli. Sospetti hanno destato tre conversazioni del giugno-luglio 2007 a proposito dei restauri da 50 mila euro della chiesa di Montenero di Bisaccia. Mautone, pur potendo affidarli a trattativa privata, «preferisce evitare trattandosi di Montenero», paese natale del ministro. E bandisce la gara. Cristiano: «Bella idea, così diamo lavoro al locale». Poi «Mautone rappresenta che è arrivata la domanda di quel signore (l´impresa Gentile, ndr) che ha fatto il ribasso al 7 per cento e lui ha ritenuto di alzarlo al 10». Di Pietro jr.: «Ottimo... ci penso io». Favori all´impresa per l´appalto? Al contrario, sostiene Di Pietro: Mautone impone un ulteriore ribasso sul prezzo finale (10 per cento contro il 7 offerto dalla ditta). E il figlio annuncia che informerà il sindaco e il parroco, felice perché con quei 50 mila euro si potranno finanziare più lavori del previsto.

    La talpa anti-Di Pietro
    Quando seppe Di Pietro delle indagini su Mautone? «Il 23.9.2008 dall'agenzia Il Velino, che citava come fonte il senatore Sergio De Gregorio». Insomma la talpa tra gli investigatori c'era. Ma, per l’ex pm, lavorava contro di lui. Il depistaggio mediatico per dirottare l´attenzione lontano dal clan trasversale Pd-Pdl al seguito di Mautone e Romeo, e concentrarla su Di Pietro e famiglia, era cominciato.
    January 19

    Chi di casa ferisce, di casa perisce (di M. Travaglio)

    Signornò
    da l'Espresso in edicola

    A casa Berlusconi devono essere terrorizzati da Di Pietro. E’ bastato che toccasse il 15% in Abruzzo e collezionasse 1 milione di firme contro la legge Alfano, perché Il Giornale di famiglia scatenasse una campagna forsennata per gabellarlo come l’epicentro dell’inchiesta “Global Service” a Napoli. Peccato che, a parte un paio di sciagurate raccomandazioni tentate dal figlio Cristiano, l’ex pm sia del tutto estraneo all’indagine, che coinvolge invece gente del Pd e del Pdl. Dal 19 dicembre all’11 gennaio Il Giornale gli ha dedicato titoloni in 17 prime pagine su 21, mentre in Italia e nel mondo accadeva di tutto. Fior da fiore, fra i titoli più succulenti: “Tutti gli intrallazzi del clan Di Pietro”. “Gasparri: Di Pietro coniglio”. “Rivolta dei fan di Di Pietro”. “Di Pietro jr. si dimette, ora tocca a Tonino”. “Bondi: non vorrei mai mio figlio in politica”. “Di Pietro, il giallo dei rimborsi elettorali”. “Di Pietro nei guai vuol depistare e sforna referendum”. “La verità sulle case di Di Pietro”. Come se i presunti “intrallazzi” su rimborsi e immobili non fossero già stati archiviati dal Gip di Roma il 14 marzo 2008. Il Giornale anzi scrive il contrario: “La Procura decise di rinviare a giudizio anche la tesoriera di Idv, Silvana Mura”, più Di Pietro. Invece la Procura chiese di archiviarlo, mentre la Mura non fu nemmeno indagata.

    In fatto di case, poi, gli editori di nome e di fatto dovrebbero suggerire al Giornale un pizzico di prudenza. Paolo Berlusconi confessò proprio a Di Pietro le stecche pagate alla Cariplo per rifilarle tre immobili Edilnord invenduti (alla fine fu ritenuto concusso). E sulle magioni di Silvio c’è materia per una Treccani. La villa di Arcore soffiata a prezzi stracciati a un’orfana minorenne, per giunta assistita da Previti. Il falso in bilancio amnistiato per i terreni di Macherio. Gli abusi edilizi a Villa Certosa, sanati dal condono varato dal padrone di casa. Eppoi questa campagna ne ricorda un’altra, sferrata nel 1995-’97 sempre dal Giornale, allora diretto da un maggiorenne, Vittorio Feltri. Di Pietro minacciava di entrare in politica con un partito tutto suo, dopo aver respinto le offerte di destra e sinistra. Il 23 dicembre ‘95 l’house organ sparò in prima pagina un’intervista al faccendiere craxiano latitante Maurizio Raggio: “Dal Messico gravi accuse a Di Pietro. Raggio: Pacini Battaglia diede una valigetta con 5 miliardi a Lucibello per Di Pietro”. E così per due anni: corrotto, concussore, venduto. Nel ’97, subissato di cause perse in partenza, Paolo Berlusconi risarcì l’ex pm con 400 milioni di lire. Feltri si scusò in prima pagina: “Caro Tonino, ti stimavo e non ho cambiato idea”. Nella 2 e nella 3, un lungo autodafè (“Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”) informava i lettori che “Di Pietro è immacolato”, la campagna del Giornale era una “bufala”, una “ciofeca”. E la nota “provvista” miliardaria? Mai esistita. Ma ormai l’immagine del simbolo di Mani Pulite era devastata. Infatti ora si replica